Da Cuba a Roma(n)

di Federico Pacciani

Solo il teatro riesce a trasmettere i sentimenti dei personaggi empaticamente e a far percepire i legami tra gli esseri umani in modo così diretto. Per il semplice fatto che vive sulla scena. Siamo sempre più abituati a vivere le emozioni artificialmente e la tecnologia è sempre più abile a riprodurre la realtà, ma un bravo attore in carne e ossa tocca corde che solo lui sa. E lo dico da fan di Avatar.

Forse però il segreto sta proprio nella bravura degli attori e nel testo che interpretano, e da come le due parti si amalgamano. Tanto di cappello ad Alessandro Gassman allora, per la scelta del testo e per la performance. Interprete, regista, vera e propria mente di Roman e il suo cucciolo, adattamento dell’originale Cuba and his Teddy Bear di Reinaldo Povod, adattato all’italiano e all’Italia contemporanea insieme a Edoardo Erba. La trasposizione della storia dalla comunità ispanica del Lower East Side di New York degli anni ’80 alla periferia rumena della Roma di oggi rappresenta l’idea più innovativa dello spettacolo, anche se la scelta appare ovvia alla luce dell’attacco mediatico subìto da questa minoranza e dall’etnia rom negli ultimi tempi. Ciò che accomuna le due società, i latinos e i romeni, almeno nell’immaginario collettivo, è il forte senso della famiglia, anche allargata a clan, e una religiosità pervasiva, a cavallo tra magia e superstizione. Non a caso Roman è convinto che una maledizione gravi su di lui e a nulla vale affidarsi alla santa Sara, la madonna nera dei rom, serva della Vergine Maria. In gioventù la santa, tramite una strega, lo aiutò a salvarsi, ma adesso sembra averlo abbandonato.

Roman, così come Cuba, ha un figlio quasi maggiorenne che vuole salvare da un mondo sbagliato, sporco, marcio. Il suo. Sogna l’università per il suo cucciolo, una via d’uscita per una vita diversa. Se spaccia lo fa per mantenere suo figlio e permettergli un futuro, e perché non sa fare altro. Sa di non essere un buon esempio per lui e si vergogna di non saper leggere. Ma sa anche che lo ama più della sua vita. È tutto per lui.

Cucciolo, così  come Teddy, è un ragazzo tranquillo e ubbidiente, studioso e abile con la parole. Rispetta suo padre ma cerca anche di uscire dalla sua ala protettiva, timidamente e con qualche difficoltà. Sotto la superficie però si nasconde qualcosa e nell’arco del racconto la crisi non tarderà a manifestarsi. A scardinare l’opprimente routine familiare sarà un altro personaggio, Che, amico e forse qualcosa di più per il ragazzo, di certo mentore nonché guida nel mondo dei “piaceri terreni”, siano essi poesia, amore, droga. Sì, perché Cucciolo si buca.

Tutto si svolge all’interno del capannone ridotto ad abitazione dove vivono padre e figlio insieme allo zio, fratello di vita ma non di sangue di Roman, figura interpretata dal talento di Manrico Gammarota, già spalla di Gassman in La parola ai giurati, altra tournée patrocinata dalla Sezione Italiana di Amnesty International. Questo personaggio smorza la tensione drammatica dell’opera riuscendo a strappare qualche sorriso, oltre che mediare tra i due protagonisti, esemplari di due generazioni in conflitto, ma anche di culture distanti, l’uno radicato nell’identità rumena l’altro quasi italiano quasi straniero. La casa di cemento grigio e disadorno è come una gabbia per il cucciolo e serve a difenderlo dall’esterno, è questo che pensa Roman ma non sa che la morte è già entrata, la stessa morte che lui vende ai ricchi, solo di un tipo diverso, quella degli artisti. È il Che che l’ha introdotto nel giro, lui che ha vinto Sanremo anni prima (era un Tony Award nell’originale, il premio del teatro americano, ma fa lo stesso), lui che è un’artista davvero, non un analfabeta dell’Est. La tensione sale con l’incontro/scontro tra i due modelli di vita del giovane uomo, entrambi esempi da non seguire, come lo stesso Roman sa bene. L’ultima parola spetterà al grilletto, ma l’esito è tutt’altro che scontato.

Il testo, sin dall’originale, affronta molti temi insieme e si presta ad adattarsi ai più svariati contesti nazionali e storici, questo perché si interroga sui problemi più scottanti della contemporaneità, come i fenomeni migratori, la ricerca dell’identità, l’integrazione, la tossicodipendenza, il concetto di famiglia, l’omosessualità. Ma si potrebbe allargare il campo alla religione, alla povertà, all’arte e altro ancora, perché di spunti ne vengono offerti parecchi, tanto che la trama rischia di sfarinarsi, ma la linearità della storia e l’asse portante del rapporto padre-figlio evitano che ciò avvenga. Gassman poi utilizza per così dire artifizi cinematografici per non far perdere mordente al pubblico, che potrebbe distrarsi per dialoghi o peggio monologhi un po’ troppo lunghi. Ad esempio, come in altri suoi spettacoli, viene posto tra scena e platea uno schermo semitrasparente in modo da proiettare animazioni, come nel caso in cui Roman racconta la sua storia, oppure l’uso della musica, un pezzo punk-rock liberatorio o un brano di musica rumena. Il tutto rende la rappresentazione più varia ma anche più coesa e lo spettatore rimane incollato alla storia e ai personaggi, soffrendo con loro.

Curiosità: Reinaldo Povod, ventiseienne portoricano, scrisse Cuba and his Teddy Bear nel 1986 e il caso volle che il testo venisse scelto e rappresentato dal Public Theatre of New York lo stesso anno. Ma la particolarità sta nel fatto che il protagonista, Cuba, sia stato interpretato da Robert De Niro, all’apice della carriera all’epoca. Ma non è finita qui. Per il ruolo di Teddy, alias il cucciolo, si impose Ralph Macchio, star della saga di Karate Kid.

Nel 2009 la pièce è tornata in vita grazie alla collaborazione tra UrbanTheater Company e PEOPLE*S THEATER of Chicago. Vi proponiamo il trailer e un monologo.

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